Le concerie, come anche le filande, sorsero nel centro storico, a differenza delle cartiere costruite a nord della città, lungo il fiume. Tale diversa collocazione è riferibile ai rispettivi cicli di produzione. Per quello della carta, infatti, si utilizzavano macchinari "andanti ad acqua", per il cui funzionamento i salti idraulici erano indispensabili. Una forza motrice così prodotta non era necessaria invece per la fabbricazione dei cuoi.
I cicli di lavorazione e i mezzi tecnici impiegati a Pescia mutarono poco nel trascorrere del tempo, essendo legati a una produzione sostanzialmente artigianale.
Gli edifici costruiti per la lavorazione del pellame, esternamente di color arancio-ocra, erano generalmente articolati su tre piani e apparivano contraddistinti da aperture ad arco a tutto sesto; internamente le scale e gli ornamenti architettonici erano di pietra serena.
Il seminterrato, denominato "riviera", caratterizzato da una pavimentazione in pietra e da un solaio costruito con volte di mattoni, era adibito alla prima fase della lavorazione, praticata da operai chiamati "sciaboldroni".
Le pelli, ancora provviste di pelo, venivano lavate e ammorbidite in vasche piene d’acqua, ove permanevano per 3-5 giorni. Essenziale ai fini di un corretto inizio del processo produttivo era la purezza dell’acqua usata: se in essa fossero stati presenti sali di diversa natura, il prodotto non sarebbe stato esente da notevoli difetti (ad esempio, ad acque ferrose sono imputabili le caratteristiche macchie verde-blu scuro delle pelli).
Successivamente, si passava al trattamento con la calce per liberare il pellame dal derma, dal pelo e dal tessuto adiposo sottocutaneo.
Nella fase seguente, la lavorazione veniva affidata ai cosiddetti "cavallettanti", che appoggiavano le pelli su un supporto inclinato, il "cavalletto o trappolo", ed eseguivano la scarnatura.
Dopo un ulteriore lavaggio, si passava alla fase di concia vera e propria, durante la quale le pelli venivano inserite orizzontalmente dentro "fosse" in pietra o in cotto, contenenti scorze vegetali e acqua, dove permanevano per alcuni mesi.
Il piano terra dell’edificio, caratterizzato da una stanza di grandi dimensioni, aveva una pavimentazione in cotto e un solaio in legno di castagno.
In questo ambiente le pelli, dopo essere state ingrassate con sego, olio di pesce e altri grassi animali, venivano disposte sopra grandi banchi di marmo ove subivano le operazioni di rifinitura.
L’ultimo piano, chiamato "spanditoio" o "essiccatoio", era generalmente costituito da un unico vano sottotetto, piuttosto alto, attraversato da telai di legno, ai quali venivano appese le pelli.
|