
L'attività conciaria a Pescia: dalle origini ai primi del Novecento
A Pescia l'arte conciaria ha origini medioevali. Già nella seconda metà del Trecento, fra le corporazioni pesciatine esisteva quella dei conciatori di pelli e dei calzolai. Pochi decenni dopo, quando lattività conciaria si era ormai diffusa in gran parte della Toscana, soprattutto nei centri urbani minori e nelle campagne, molti pesciatini si dedicarono alla produzione di manufatti in pelle. Nel 1427, la città contava cinque calzolai, cinque pellicciai, due artigiani della pelle e un sellaio.
Nel 1482 la qualifica di "conciaio" era di uso
comune, tanto che veniva apposta accanto al nome paterno
sul registro dei battesimi conservato in cattedrale. Nel 1560 quattro concerie di proprietà dei Guerra-Galeffi, denominate allepoca "galigherie", risultavano essere ubicate in via della Coiaria, oggi via Santa Maria.
Il complesso di queste attività artigianali era soprattutto favorito da un facile approvvigionamento di materia prima, costituita principalmente da pelli di pecora, essendo Pescia in prossimità degli itinerari di transumanza, tra gli Appennini e la Maremma toscana.
Le pelli grezze giungevano anche dallestero, spesso
transitando dal porto di Pisa, a volte tramite i mercanti
lucchesi.
Limportanza dellattività conciaria alla fine del Cinquecento, è attestata anche da un preciso regolamento rivolto ai lavoratori, concernente le modalità tecniche della lavorazione delle pelli (sostanze concianti, marcatura, ecc.). In questepoca, inoltre, il particolare regime fiscale e la prosperità del territorio pesciatino favorirono linsediamento in città di molte facoltose famiglie, pervenute da diverse località, per impiantare nuove imprese, soprattutto cartarie e seriche. Ciò contribuì a promuovere unattività che raggiunse un grandissimo sviluppo alla metà del Settecento.
A quel tempo erano infatti numerosissimi gli opifici operanti in città e nei dintorni, concentrati in un area comunque abbastanza limitata, che si dedicavano alla fabbricazione di molteplici manufatti. I motivi di questo sorprendente sviluppo vengono soprattutto messi in relazione alla disponibilità di risorse naturali, quali acqua e vento, razionalmente regolate e sfruttate. Canali e gore erano gli elementi che, insieme agli opifici, costituivano uninscindibile e organica unità funzionale, strettamente collegata con lambiente naturale, in una vera e propria simbiosi tra assetto territoriale e sistema produttivo.
Il fiume, caratterizzato da acqua generalmente limpida,
permetteva una ottimale lavorazione della carta, del
cuoio e della seta.
La forza del vento, di giorno spirante da sud-ovest a
nord-est e di notte da nord a sud, veniva utilizzata per
asciugare i manufatti finiti.
In ogni settore produttivo, lo sviluppo degli opifici era dovuto sia allabbondanza delle materie prime della zona, sia alla connessione che si era creata tra le diverse attività.
Si assisteva in quel tempo a una strettissima
integrazione dei diversi processi produttivi e a un
riutilizzo dei sottoprodotti di ciascuna lavorazione: il
carniccio delle concerie veniva utilizzato ad esempio per
la concimazione dei terreni e per la produzione della
colla, i mulini macinavano, oltre alla farina, le scorze
vegetali destinate alle concerie, dai boschi si ricavava
il legname per la falegnameria insieme alla corteccia di
cerro, di leccio e di mortella necessaria per la
conciatura a scorza vegetale del cuoio.
Dallinchiesta voluta da Pietro
Leopoldo (1766) sulla consistenza dellindustria
toscana, risulta che a Pescia erano operanti 3 concerie
dove venivano lavorate circa 7.000 pelli ogni anno.

A queste fabbriche giungevano da Livorno 27.310 libbre di
pellame da cuoio e 40.720 libbre di pelli da vacchetta,
contro le rispettive 15.605 e 15.644 libbre destinate
agli opifici di Pistoia, per cui nel pesciatino si
lavoravano pił del doppio dei pellami rispetto alla
vicina zona del pistoiese.
Nel 1812, durante loccupazione francese, le
concerie pesciatine erano 5, con un totale di 22 operai.
La produzione di "pelli minute gregge"
ammontava a 6.900, 5.650 dette "di vitello
tinte" e 7.000 dette "grosse". Considerando che, nel 1813, gli operai raggiungevano le 30 unità, si ha la conferma del buon andamento, in quegli anni, del settore conciario.
Intorno al 1840, lampliamento della rete viaria
del Granducato di Toscana, per merito di Leopoldo II,
ebbe positivi riflessi anche sul commercio delle pelli
prodotte a Pescia, e in particolare per quelle bovine
"alluso di Francia", le vacchette
"alluso di Moscovia", le pelli di
montone, pecora e capra per "marocchini alluso
di Svizzera". Ma la produzione pesciatina fu favorita anche da alcuni eventi di politica estera, quali la guerra di Crimea, che aprì a nuovi mercati.
Intorno al 1860, le concerie erano ancora 5, occupavano 85 operai e producevano 46.325 pelli, mentre nel resto della provincia si contavano 11 concerie con 85 operai e 46.990 pelli fabbricate, per cui il primato delle aziende pesciatine in area lucchese è evidente.
Allepoca, erano richiesti dal mercato "cuoi
grossi o molli", "pelli sottili"
flessibili, bianche o colorate.
Dalle pelli di bue e di bufalo si ottenevano i "cuoi
grossi", da quelle di vitello, di cavallo e di vacca
i "cuoi molli".
Con le pelli di capra, di pecora e di montone si
fabbricavano invece i "cuoi sottili"
flessibili, che venivano utilizzati per vari manufatti,
ad opera dei sellai, dei calzolai, dei fabbricanti di
guanti e dei rilegatori di libri.
Secondo il censimento del 1861, le diverse concerie
pesciatine impiegavano nel complesso 91 operai, e
producevano 7.400 cuoia da suola, 8.150 pelli di vitello
e cavallo, 11.800 pelli di vacchetta, 25.000 pelli di
montone.
Tutte le concerie utilizzavano scorza di leccio, di
suveza, di vallonea, di sommacco e di cerro.
Per ingrassare le pelli venivano utilizzati olio di
pesce, olio di lino e sego.
Allinizio degli anni Ottanta, si verificò, in Italia, una crisi dellindustria conciaria, determinata soprattutto dalla concorrenza estera, in particolare austriaca. Questo Paese, avendo insediato fabbriche nel Trentino e nellIstria, sfruttava non solo la materia prima italiana, ma anche le capacità tecniche delle maestranze operanti in quelle regioni.
Inoltre, lAustria e lUngheria, attraverso
limposizione dei dazi, praticavano, in quegli anni,
una forte politica protezionistica.
Lindustria pesciatina, specializzata fino ad allora
nella lavorazione del cuoio da suola, per poter competere
con il mercato estero fu costretta ad ampliare la gamma
della propria produzione, orientandosi verso la
fabbricazione di pelli rifinite e potenziando la
produzione di vacchetta.
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